Nicola Cipolla – il manifesto VENERDÌ, 6 GENNAIO, 

La sinistra deve porsi alla testa del processo di trasformazione delle energie rinnovabili, il cui sviluppo può determinare le condizioni per difendere i diritti acquisiti e sviluppare l’occupazione

Il dibattito in corso sulla crisi è praticamente scomparso ogni riferimento a problemi e processi che nel 2011 sono stati esaltati dal disastro ecologico di Fukushima. Una centrale atomica, costruita dove non doveva essere costruita e in assenza di misure di sicurezza, che avrebbero dovuto essere tanto più stringenti e valide nel paese di Hiroshima e Nagasaky, distrutta dal terremoto e dal successivo tsunami. Il numero dei morti, l’ampiezza della zona colpita dalla radioattività e le stime sulla sua durata, hanno suscitato nel mondo importanti prese di posizione ed anche mutamenti politici. Il governo Merkel ha deciso l’uscita della Germania dal nucleare con la chiusura immediata di otto centrali ed entro il 2019 di tutte le altre, adottando nello stesso tempo nuovi incentivi per la produzione elettrica offshore nel Baltico e nel Mare del Nord. Analoghe misure sono state prese da altri paesi, a cominciare dalla Svezia. Persino in Francia, dove l’industria elettronucleare, storicamente sorta dagli investimenti miliardari di De Gaulle, della “Force de Frappe” rappresenta la maggioranza della produzione elettrica accettata finora da tutte le forze politiche, in vista delle elezioni presidenziali di quest’anno non solo i Verdi ma anche i partiti della sinistra di classe hanno annunciato nei loro programmi misure di fuoriuscita, sia pure graduale, dal sistema nucleare. Tutte le centrali esistenti sono state sottoposte a revisioni e ritardi onerosi che ne hanno fatto aumentare il costo.
In Italia l’effetto Fukushima ha contribuito alla straordinaria vittoria popolare dei tre referendum del 12 e 13 giugno. Questa vittoria ha rappresentato non solo una condanna del governo Berlusconi che aveva riproposto il nucleare, sotto la regia dell’attuale ministro dell’ambiente Clini, ma anche una sconfessione nei confronti del Pd (Veronesi era stato chiamato a presiedere l’organismo dirigente del piano nucleare). Anche nel settore della privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici, Bersani e la maggioranza del Pd non solo non hanno partecipato a tutto il lavoro di raccolta delle firme per i referendum (1 milione e 400mila) ma neanche allo sforzo per raggiungere il quorum dei votanti. Il terzo referendum, promosso da Idv sul “legittimo impedimento”, completava la condanna popolare del sistema di governo berlusconiano. Quel voto di 27 milioni di cittadini ha sancito l’inizio della crisi finale del governo, che oggi forze politiche interessate e grandi quotidiani attribuiscono esclusivamente ai diktat della Germania e della Ue e all’azione di Napolitiano. È stato così eliminato dal dibattito politico, e persino dal messaggio di fine d’anno del nostro Presidente, non solo ogni riferimento alla volontà democratica del popolo italiano, espressa con i tre referendum, ma anche ogni accenno allo storico aggravarsi della questione ambientale, come testimoniano i disastri ecologici prodotti da siccità e alluvioni che hanno colpito anche nel 2011 non solo paesi lontani, come gli Stati Uniti o l’America del Sud, l’Australia o l’Asia, causando centinaia di migliaia di morti, ma anche regioni italiane dalla Liguria alla Sicilia.
Questo atteggiamento è particolarmente fuorviante, nel momento in cui si parla di “crescita”, per superare non solo gli effetti della crisi economica, iniziata nel 2008 negli Usa, con i fallimenti dei mutui subprime, e diffusa in tutti i paesi dell’occidente, ma soprattutto le conseguenze dell’aumento della pressione fiscale e dei tagli alla spesa pubblica imposti oggi dalla Ue. Dal 2008 in poi l’unico settore industriale in tutti i paesi, dei Brics e del G7, che ha avuto un aumento degli investimenti, della produzione e soprattutto dell’occupazione è il settore delle energie rinnovabili e della difesa ambientale. In Italia, in particolare, si è assistito ad uno sviluppo impetuoso del solare fotovoltaico che nel 2011 ha superato tutti gli altri paesi con 6.900 Mw installati che raggiungono, alla fine del 2011, un complessivo di 12.700 Mw pari al 3,5% di tutta l’energia elettrica italiana con la prospettiva di superare il 6% in questo 2012. Negli anni della crisi in Italia gli occupati nel settore delle rinnovabili hanno superato le 60 mila unità che oggi però sono a rischio, perché sono stati ridotti gli incentivi per il solare, è stato bloccato l’eolico e non si sviluppa una conseguente azione sul risparmio energetico e le biomasse. Questo sviluppo è ostacolato dalla potente lobby energetica (altro che tassisti, notai e farmacisti) sviluppatasi in Italia a seguito di un processo di privatizzazione dell’Enel e dell’Eni, che ha creato un oligopolio di fatto che prospera sulla differenza tra le super bollette della luce e del gas e della benzina e gasolio pagate dai cittadini e dalle imprese e il tributo feudale pagato ai grandi monopoli internazionali (l’85% dell’energia consumata nel nostro paese proviene da queste fonti). Bisogna rompere questo silenzio omertoso facendo conoscere la realtà della situazione internazionale che vede da un lato, come la conferenza di Durban ha dimostrato, il tentativo, purtroppo riuscito, degli Usa di non sostituire Kyoto con un accordo più avanzato, e dall’altro, in positivo, il fatto che proprio i due paesi che hanno ritmi di sviluppo e tassi di occupazione più promettenti, la Cina e la Germania, sono anche leader nello sviluppo delle energie rinnovabili. In Germania, in particolare, il settore occupa oltre 350 mila lavoratori qualificati che contribuiscono spendendo i loro redditi, allo sviluppo del paese.
L’incremento delle rinnovabili non solo deriva dalla necessità di bloccare il disastro ambientale incombente ma anche dal fatto che in questi anni è diminuito il costo degli impianti, ne è aumentata l’efficienza e in questo momento, con il barile di petrolio sopra i cento dollari, si sta raggiungendo, e forse superando, la “grid parity” che renderà inevitabile nei prossimi anni la sostituzione totale delle energie fossili con le rinnovabili. Il primo bene comune dell’umanità è il sole che governa il ciclo dell’acqua, del vento e della vegetazione. Il fatto che esistono oggi tecniche che permettono ad ogni paese, regione, comunità locale e famiglia di diventare autoproduttori delle energie necessarie all’attuale livello di consumi, crea una situazione nuova che naturalmente viene in ogni modo ostacolata dall’attuale monopolio energetico.
La sinistra oggi ha il compito essenziale di porsi alla testa di questo processo di trasformazione il cui sviluppo può determinare le condizioni necessarie e sufficienti non solo per difendere i diritti sociali acquisiti nel secolo scorso ma anche di affermarne di nuovi e soprattutto, nell’immediato, di sviluppare l’occupazione. Partendo dalle amministrazioni conquistate, come la Puglia, all’avanguardia nel processo di sviluppo delle rinnovabili, fino a i comuni di Milano, Napoli, Cagliari ed altri, la sinistra può dimostrare nei fatti che la trasformazione energetica costituisce anche un modo per risolvere i problemi finanziari delle amministrazioni locali.