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13 luglio 2010
Fanciullacci, Totaro e i veri assassini. L’Avv. Francesco Mandarano presenta il suo libro scritto da Saverio Tommasi
Achille Totaro, senatore PDL, da più parti indicato come “spranghista settantino”, nel 2000, all’interno di un consiglio comunale, chiamò il partigiano Bruno Fanciullacci “assassino”. Per quattro volte. Da lì un processo, da lì un’assoluzione. Ma da lì anche la volontà, da parte dell’avvocato Francesco Mandarano, di raccontare un pezzo di storia, la biografia di un partigiano. La voglia e la volontà di fare luce sul processo Totaro partendo dalla resistenza, dalla storia di Bruno Fanciullacci, dalla lotta partigiana di liberazione, sui luoghi della verità e sugli angoli della menzogna. Stasera, alle 21:30, Mandarano presenterà il suo “Dalla parte di Bruno Fanciullacci” alla festa rossa di Montespertoli, presso il Parco urbano. Un libro di parte, dalla parte giusta, quella di chi ha fatto la resistenza.
Di seguito un breve estratto dal libro.
La personalità di Bruno Fanciullacci
Bruno Fanciullacci nacque a Pieve a Nievole (PT) il 13.11.1919 da Raffaello Fanciullacci e da Rosa Michelini. La famiglia, dopo un periodo di agiatezza, fu costretta a trasferirsi a Firenze, in quanto il padre veniva perseguitato dai fascisti, in considerazione delle sue idee socialiste. Bruno Fanciullacci arrivò a Firenze giovanissimo e, dopo poco tempo, trovò lavoro presso un albergo, prestando la sua opera con grande serietà ed impegno. In confronto all’ambizione ed al desiderio di ricchezza di Gentile, emerge, in tutta la sua cristallina purezza, la figura di Bruno Fanciullacci che, a 17 anni, maturò una coscienza antifascista e cominciò a distribuire la stampa clandestina in tutta Firenze. Questa attività fu da lui compiuta in piena consapevolezza dei rischi che correva, mentre avrebbe potuto, comodamente, continuare a lavorare in albergo, dove era diventato impiegato, partendo da “lift”, e dove sicuramente sarebbe arrivato all’incarico di direttore, come avveniva in quel periodo per tutti i giovani capaci ed intraprendenti. Questa sua scelta di noncuranza degli interessi personali e di dedizione all’antifascismo gli costò una severissima condanna a 7 anni di reclusione. Nel corso del processo, meravigliò tutti, dalla stampa ai coimputati, rispondendo a tono alle domande del p.m. e dei giudici e non coinvolgendo nessun’altra persona nella sua attività antifascista. Il suo comportamento irritò tanto il p.m. che questi pronunciò la famosa frase: “per il suo comportamento negativo verso il fascismo, lo manderemo, per parecchio tempo, all’università di Castelfranco Emilia” con questa frase l’“egregio” esponente fascista dimostrava tutto il suo sadismo, tipico del resto all’ intera sua parte politica, affermando che avrebbe spedito il condannato in un penitenziario di massima sicurezza ed in un ambiente malsano, incurante della sua giovanissima età e del fatto che sarebbe andato a finire molto lontano dalla sua famiglia. In tal modo, Bruno Fanciullacci avrebbe pagato per le sue idee antifasciste e per il suo contegno dignitoso. Durante la detenzione, Bruno Fanciullacci, subì le pene dell’inferno, per scarsezza di cibo e per la struttura fatiscente del carcere di Castelfranco Emilia, nel quale fu recluso. Le condizioni di vita nel penitenziario erano talmente disumane che Bruno
Fanciullacci si ammalò gravemente ai polmoni e, successivamente, dopo molte insistenze sue e dei suoi compagni di pena, fu trasferito al carcere di Saluzzo, più adatto al suo stato di salute. Nel carcere di Castelfranco Emilia, Bruno Fanciullacci venne in contatto con una “cellula comunista” e cominciò a studiare il marxismo, dottrina alla quale aderì con piena convinzione. Appena uscito dal carcere, il 12/07/1943, per fine pena, tornò a Firenze e prese contatto con i Partigiani comunisti e subito dopo scelse di entrare nei G.A.P. (gruppi azione patriottica), nuclei di Partigiani che praticavano la guerriglia urbana, in quanto non aveva le condizione fisiche per fare il Partigiano, come avrebbe voluto. In sostanza, Bruno Fanciullacci uscito dal carcere era talmente debilitato da non poter vivere in montagna, dove gli sarebbe toccato dormire all’aperto. Durante il periodo dal 12 luglio 1943 alla sua morte, dimostrò notevole serietà ed il massimo attaccamento verso i compagni e verso il popolo fiorentino, che, secondo lui, tanto soffriva a causa della guerra voluta dai
nazifascisti. Coloro che lo conobbero lo ricordano come un ragazzo intelligente, sensibile, che mostrava molta più maturità dell’età anagrafica che aveva ed era in grado di sostenere una discussione politica, anche con persone più istruite e più anziane di lui. Durante l’attività di gappista, Bruno Fanciullacci ha sempre dimostrato estremo coraggio e decisione, senza, però, avere mai “colpi di testa”, per non mettere inutilmente in pericolo la sua vita e, soprattutto, quella dei compagni di lotta. Purtroppo, è stato arrestato due volte, di cui l’ultima gli è stata fatale, non per sua imprudenza, ma per delazione di altri. Qualcuno gli ha rimproverato di non essersi nascosto sulle montagne, una volta che i nazifascisti lo avevano individuato come gappista. A nostro avviso questo è un rimprovero immotivato, dal momento che Fanciullacci non era un ragioniere che centellinava il rischio, ma un generoso che accorreva immediatamente laddove la battaglia era più infuocata. Per queste sue caratteristiche, ha compiuto numerose imprese a Firenze, tra cui la liberazione di 17 donne, detenute nel carcere di Santa Verdiana e la distruzione degli archivi fascisti in cui si trovavano gli elenchi delle persone da deportare, dopo gli scioperi del 7 e dell’8 marzo 1944. Bruno Fanciullacci una prima volta fu arrestato il 23.04.1944 e riuscì a fuggire, grazie ad una coraggiosa impresa dei suoi compagni, che lo liberarono dall’ospedale di via Giusti. Purtroppo, fu arrestato una seconda volta il 15 luglio 1944, subì atroci torture e sperando nella fuga, saltò dalla finestra di “Villa Triste”. Sfortunatamente, non riuscì a scappare, sia per le ferite già subite in conseguenza delle torture, sia perché i fascisti gli spararono addosso, al momento del salto dalla finestra; così il 17.07.1944 morì: non aveva ancora compiuto 25 anni! La sua morte commosse tutta la popolazione di Firenze, che ben conosceva le sue imprese contro i nazifascisti. La fine di Bruno Fanciullacci arrivò, ironia della sorte, appena 25 giorni prima della liberazione di Firenze, avvenuta l’11/08/1944, ad opera dei Partigiani della “divisione Arno”. Pochi antifascisti hanno lottato quanto Bruno Fanciullacci per ottenere la liberazione di Firenze; purtroppo, il destino gli ha negato la soddisfazione di vedere la sua città libera. Infine, la sorte ha tirato a Bruno Fanciullacci un altro brutto scherzo: per le gravi torture subite una prima volta e per quelle inumane sofferte una seconda volta, dalle quali, poi, è derivata la morte, nessuno degli aguzzini nazifascisti, nel dopo guerra, ha mai pagato!
– Estratto da “Dalla parte di Bruno Fanciullacci”, autore Avv. Francesco Mandarano –
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