Segnaliamo 2 articoli sul tema dei beni comuni che contribuiscono a fare un po’ di chiarezza.
I beni comuni non sono una categoria merceologica (di Guido Viale) tratto da www.guidoviale.it
Il valore dei beni comuni di Stefano Rodotà tratto da “EcoMagazine“
IL VALORE DEI BENI COMUNI di Stefano Rodotà
Si può dire che il 2011 sia stato l’ anno (anche) dei beni comuni. Espressione, questa, fino a poco tempo fa assente nella discussione pubblica, del tutto priva d’ interesse per la politica, anche se il premio Nobel per l’ economia era stato assegnato nel 2009 a Elinor Ostrom proprio peri suoi studi in questa materia. Poi, quasi all’ improvviso, l’ Italia ha cominciato ad essere percorsa da quella che Franco Cassano aveva chiamato la “ragionevole follia dei beni comuni”. E questo è avvenuto perché la forza delle cose ha imposto un mutamento dell’ agenda politica con il referendum sull’ acqua come “bene comune”. Da quel momento in poi è stato tutto un succedersi di iniziative concrete e di riflessioni teoriche, che hanno portato alla scoperta di un mondo nuovo e all’ estensione di quel riferimento ai casi più disparati.
Si parla di beni comuni per l’ acqua e per la conoscenza, per la Rai e per il teatro Valle occupato, per l’ impresa,e via elencando. Nelle pagine culturali di un quotidiano campeggiava qualche mese fa un titolo perentorio: “I poeti sono un bene comune”. L’ inflazione non è un pericolo soltanto in economia. Si impone, quindi, un bisogno di distinzione di chiarimento, proprio per impedire che un uso inflattivo dell’ espressione la depotenzi. Se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa, e in essa si include tutto e il contrario di tutto, se ad essa viene affidata una sorta di palingenesi sociale, allora può ben accadere che perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità “comune” di un bene può sprigionare tutta la sua forza. E tuttavia è cosa buona che questo continuo germogliare di ipotesi mantenga viva l’ attenzione per una questione alla quale è affidato un passaggio d’epoca.
Giustamente Roberto Esposito sottolinea come questa sia una via da percorrere per sottrarsi alla tirannia di quella che Walter Benjamin ha chiamato la “teologia economica”. Ciò di cui si parla, infatti, è un nuovo rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni, da tempo sostanzialmente affidato alla logica del mercato, dunque alla mediazione della proprietà, pubblica o privata che fosse. Ora l’ accento non è più posto sul soggetto proprietario, ma sulla funzione che un bene deve svolgere nella società. Partendo da questa premessa, si è data una prima definizione dei beni comuni: sono quelli funzionali all’ esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future.
L’ aggancio ai diritti fondamentali è essenziale, e ci porta oltre un riferimento generico alla persona. In un bel saggio, Luca Nivarra ha messo in evidenza come la prospettiva dei beni comuni sia quella che consente di contrastare una logica di mercato che vuole “appropriarsi di beni destinati al soddisfacimento di bisogni primarie diffusi, ad una fruizione collettiva”. Proprio la dimensione collettiva scardina la dicotomia pubblico-privato, intorno alla quale si è venuta organizzando nella modernità la dimensione proprietaria. Compare una dimensione diversa, che ci porta al di là dell’ individualismo proprietario e della tradizionale gestione pubblica dei beni.
Non un’ altra forma di proprietà, dunque, ma «l’ opposto della proprietà», com’ è stato detto icasticamente negli Stati Uniti fin dal 2003. Di questa prospettiva vi è traccia nella nostra Costituzione che, all’ articolo 43, prevede la possibilità di affidare, oltre che ad enti pubblici, a “comunità di lavoratori o di utenti” la gestione di servizi essenziali, fonti di energia, situazioni di monopolio. Il punto chiave, di conseguenza, non è più quello dell’ “appartenenza” del bene, ma quello della sua gestione, che deve garantire l’ accesso al bene e vedere la partecipazione di soggetti interessati.
I beni comuni sono “a titolarità diffusa”, appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Indisponibili per il mercato, i beni comuni si presentano così come strumento essenziale perché i diritti di cittadinanza, quelli che appartengono a tutti in quanto persone, possano essere effettivamente esercitati. Al tempo stesso, però, la costruzione dei beni comuni come categoria autonoma, distinta dalle storiche visioni della proprietà, esige analisi che partano proprio dal collegamento tra specifici beni e specifici diritti, individuando le modalità secondo cui quel “patrimonio comune” si articola e si differenzia al suo interno.
Se, ad esempio, si considera la conoscenza in Rete, uno dei temi centrali nella discussione, ci si avvede subito della sua specificità. Luciano Gallino ne ha giustamente parlato come di un bene pubblico globale. Ma proprio questa sua globalità rende problematico, o improponibile, uno schema istituzionale di gestione che faccia capo ad una comunità di utenti, cosa necessaria e possibile in altri casi. Come si estrae questa comunità dai miliardi di soggetti che costituiscono il popolo di Internet? Di nuovo una sfida alle categorie abituali. La tutela della conoscenza in Rete non passa attraverso l’ individuazione di un gestore, ma attraverso la definizione delle condizioni d’ uso del bene, che deve essere direttamente accessibile da tutti gli interessati, sia pure con i temperamenti minimi resi necessari dalle diverse modalità con cui la conoscenza viene prodotta. Qui, dunque, non opera il modello partecipativo e, al tempo stesso, la possibilità di fruire del bene non esige politiche redistributive di risorse perché le persone possano usarlo. È il modo stesso in cui il bene viene “costruito” a renderlo accessibile a tutti gli interessati.
Ben diverso è il caso dell’ impresa, di cui pure si discute. Qui è grande il rischio della confusione. Sappiamo da tempo che l’ impresa è una “costellazione di interessi” e che sono stati costruiti modelli istituzionali volti a dar voce a tutti. Ma la partecipazione, anche nelle forme più intense di cogestione, non mette tutti i soggetti sullo stesso piano, né elimina il fatto che il punto di partenza è costituito da conflitti, non da convergenza di interessi. Parlare di bene comune è fuorviante. L’ opera di distinzione, definizione, costruzione di modelli istituzionali differenziati anche se unificati dal fine, è dunque solo all’ inizio. Ma non rimane nel cielo della teoria. Proprio l’ osservazione della realtà italiana ci offre esempi del modo in cui la logica dei beni comuni cominci a produrre effetti istituzionali. Il comune di Napoli ha istituito un assessorato per i beni comuni; la Regione Puglia ha approvato una legge, pur assai controversa, sull’ acqua pubblica; la Regione Piemonte ne ha approvata una sugli open data, sull’ accesso alle proprie informazioni; in Senato sono stati presentati due disegni di legge sui beni comuni e vi sono proposte regionali, come in Sicilia. Si sta costruendo una rete dei comuni ed una larga coalizione sociale lavora ad una Carta europea. Quel che unifica queste iniziative è la loro origine nell’ azione di gruppi e movimenti in grado di mobilitare i cittadini e di dare continuità alla loro presenza. Una novità politica che i partiti soffrono, o avversano. Ancora inconsapevoli, dunque, del fatto che non siamo di fronte ad una questione marginale o settoriale, ma ad una diversa idea della politica e delle sue forme, capace non solo di dare voce alle persone, ma di costruire soggettività politiche, di redistribuire poteri.
È un tema “costituzionale”, almeno per tutti quelli che, volgendo lo sguardo sul mondo, colgono l’ insostenibilità crescente degli assetti ciecamente affidati alla legge “naturale” dei mercati.
STEFANO RODOTÀ
I beni comuni non sono una categoria merceologica (intervento al Cipax, 12 gennaio 2012)
I beni comuni non sono una categoria merceologica, né si riducono alle risorse naturali indispensabili alla vita, come l’acqua, l’aria, la biodiversità, ecc. Stefano Rodotà, che da tempo si occupa della materia, ha messo in guardia contro una recente tendenza a estendere la categoria di “bene comune” a cose che per loro natura non lo sono. Questa tendenza è riconducibile al tentativo di associare questioni che sono comunque al centro di una mobilitazione o di uno scontro politico a una battaglia che recentemente ha avuto il suo punto di forza nel risultato del referendum contro la privatizzazione dell’acqua. Tipico da questo punto di vista è la parola d’ordine lanciata dalla Fiom oltre un anno fa secondo cui “il lavoro è un bene comune”.
Propriamente parlando il bene comune è una risorsa dalla cui fruizione non può essere escluso nessuno, pena la privazione, per la persona esclusa, di una componente essenziale dei suoi diritti di uomo e di cittadino. Così, nel mondo moderno, accanto a risorse che sono condizioni essenziali della vita e della sua riproducibilità, come le già citate acqua e aria, si possono porre prodotti artificiali, come l’accesso all’energia, alla mobilità, ai servizi sanitari, o a manifestazioni delle facoltà superiori dell’uomo come l’informazione, la cultura, l’arte, ecc. Ma a garanzia di questa non esclusione dalla fruizione devono intervenire forme di gestione del bene incompatibili tanto con la proprietà privata – per lo meno fino alla soglia al di sotto della quale l’accesso al bene è un’esigenza vitale o un diritto irrinunciabile – quanto con la mera proprietà pubblica, intesa come proprietà dello Stato o di una sua articolazione. La quale riproduce, a un livello più alto, tutte le potenzialità di esclusione proprie della proprietà privata. La gestione dei beni comuni deve essere una gestione condivisa: nel senso che tutti i potenziali fruitori possono – non necessariamente devono – partecipare alle decisioni relative al modo in cui il bene viene utilizzato o fruito.
Le modalità di questa condivisione possono essere le più varie e differenziarsi tra loro sia in base alle circostanze storiche – la riappropriazione di una risorsa come bene comune è sempre un work-in-progress, mai completamente compiuto – sia alle caratteristiche del bene e delle forme prevalenti della sua fruizione, sia al livello di competenza e di maturità sociale e culturale di quella parte della cittadinanza che ne rivendica l’esercizio.
Recenti studi, a partire da quello pionieristico de premio Nobel Elinor Ostrom, passando, in Italia, per i nomi di Stefano Rodotà, Ugo Mattei e Alberto Lucarelli, hanno cercato di dare fondamento e consistenza giuridica a questa forma di gestione che esclude – o mette in secondo piano – la proprietà; ma l’indagine storica, valgan per tutte quelle della Ostrom, dimostra che la gestione condivisa di un bene comune è una pratica antica e ben nota in una pluralità di comunità etniche e storiche e che essa, per l’appunto, varia nei modi e nelle regole, a seconda del contesto storico sociale e del bene in questione.
Se accettiamo questo approccio, è chiaro che la categoria dei beni comuni non esclude a priori nessuna delle risorse materiali o spirituali che occupano il panorama della vita moderna; ma anche che l’inclusione di una risorsa nella categoria dei beni comuni dipende strettamente dal grado in cui si è affermata la pratica o, per lo meno, la rivendicazione, di una sua gestione comune e condivisa. Ed è altresì chiaro che questa questione è il nocciolo duro di uno scontro in corso a livello planetario, che assume le forme più diverse nei diversi contesti; ma che vede ovunque contrapporsi l’approccio liberista, che vede, da un lato, nella privatizzazione del controllo e della gestione delle risorse le condizioni irrinunciabili di un loro uso efficiente e produttivo e, dall’altro, le varie forme di resistenza a questo “pensiero unico”. Queste ultime scartano come non decisiva la contrapposizione tra pubblico e privato, e tra Stato e mercato – anche sulla base delle esperienze negative che la mera “nazionalizzazione” o statalizzazione delle risorse e delle attività produttive ha dato di sé: sia nei paesi del blocco comunista a economia pianificata, che in molte esperienza realizzate nel corso del secolo scorso in Occidente – e vedono invece nella riappropriazione condivisa di una serie di risorse e di attività le condizioni essenziali di una gestione democratica tanto del potere che delle attività economiche fondamentali.
Seguendo questo approccio, ci soffermeremo su alcuni nodi fondamentali che interessano tanto i processi di realizzazione quanto la rivendicazione di una gestione condivisa dei beni comuni.
- La prima osservazione è questa: l’idea di una gestione condivisa dei beni comuni ha nel mondo contemporaneo una matrice libertaria, “di sinistra”, o addirittura di estrema sinistra. Ma la realizzazione della gestione condivisa non è né di destra né di sinistra: ad essa può partecipare chiunque, indipendentemente dai suoi orientamenti, e la gestione condivisa è per l’appunto un’arena dove le diverse ipotesi o soluzioni proposte si confrontano. Chi l’ha proposta e ha lottato per la sua affermazione può poi ritrovarsi in minoranza tra i soggetti che partecipano alla sua realizzazione o alla sua rivendicazione;
- A confronto avremo sempre e comunque una concezione processuale e una concezione statutaria del bene comune. La concezione statutaria punta a definire fin dall’inizio le regole della gestione e a promuovere sulla loro base la partecipazione; la concezione processuale punta invece innanzitutto al coinvolgimento di una platea quanto più ampia possibile dei soggetti potenzialmente interessati alla gestione del bene, con una particolare attenzione a dare voce ai soggetti esclusi o marginali, contando che le regole di funzionamento si possano definire – e correggere – in corso d’opera. Nessuno di questi due approcci è valido a priori; vanno commisurati al contesto operativo e combinati sulla base degli esiti del processo, facendo comunque attenzione a che la rigidità delle regole non soffochi il processo di coinvolgimento, che non avviene mai secondo moduli prestabiliti;
- Possiamo scandire il processo del coinvolgimento dei soggetti potenzialmente interessati alla gestione condivisa di un bene comune in tre stadi. L’ultimo, il più definito, è quello della democrazia deliberativa. Si decide secondo regole certe gli indirizzi da dare alla gestione del bene e questi devono essere fatti propri dall’autorità o dall’amministrazione competente, sotto il controllo dei soggetti che hanno preso parte alla deliberazione, e di altri che si possono aggiungere in seguito. Lo stadio intermedio è quello del confronto tra le diverse ipotesi e soluzioni proposte. La difficoltà è che non siamo abituali a farlo: secoli di espropriazione del potere deliberativo ci hanno resi intolleranti e incapaci di ricorrere all’arma della persuasione (la verifica più grottesca di questo dato sono, per chi ne ha esperienza, le assemblee condominiali). Da questo punto di vista la partecipazione a un processo di gestione condivisa di un bene – o anche solo della sua rivendicazione – è per tutti una scuola di democrazia e di tolleranza. Ma la prima fase è forse la più difficile: molti soggetti, improvvisamente coinvolti in un processo di partecipazione, e abituati a considerare la propria esclusione una condizione naturale”, non riescono per un tempo più o meno lungo ad attenersi al tema: hanno bisogno di sfogarsi, di “vomitare” in pubblico le proprie frustrazioni, di sentirsi accolti e rispettati. Guai a considerare questa fase una perdita di tempo: è un pre-requisito fondamentale della democrazia partecipata;
- La partecipazione di chi rivendica o cerca di attuare una gestione condivisa di un bene è, e nella società contemporanea resterà per lungo tempo, un processo conflittuale: uno scontro quotidiano e serrato contro chi aspira a, o ne ha già realizzata, o ne sostiene, l’appropriazione privata. I processi partecipativi sono per l’appunto il terreno dove si costruisce e si consolida la forza e l’organizzazione per opporsi a una gestione privata o escludente;
- Nei processi partecipativi, e fino a che non è stato formalizzato e accettato un sistema di regole, non si vota: a partecipare non è mai la totalità dei soggetti interessati e chi partecipa non può pretendere di rappresentarli. Partecipa perché ha un’idea e un’esperienza da far valere e da mettere a disposizione degli altri. Se non si raggiunge il consenso di una larghissima maggioranza si dovrà riproporre il confronto a partire da una base più ampia: di carattere territoriale (coinvolgendo altri soggetti) o settoriale (introducendo nuove tematiche) in modo da scompaginare gli schieramenti precostituiti. Se l’accordo non viene comunque raggiunto si apre il conflitto: le diverse tesi in campo cercheranno di far valere le loro ragioni al di fuori del contesto partecipativo, fino a che la modificazione dei rapporti di forza non permetteranno di riaprire il confronto su basi diverse;
- La democrazia partecipativa e la gestione condivisa dei beni comuni si costruiscono sui saperi (tecnici e sociali) diffusi tra la popolazione; ma sono al tempo stesso una scuola straordinaria per approfondire, promuovere e diffondere questi saperi;
- La riappropriazione condivisa di un bene comune, anche del più generale e diffuso, come l’atmosfera – per preservarla dal sovraccarico di gas di serra – o la cultura – per renderla accessibile a tutti – è un processo che richiede e al tempo stesso promuove la “territorializzazione” dei processi; il riavvicinamento tra produzione e consumo, tra utenza e gestione. Certo questo processo non riguarda la mera informazione – i bit, che circolano liberamente su tutto il globo – ma riguarda gli atomi: la gestione concreta di risorse, impianti, strutture, istituzioni, ecc. La condivisione è tanto più forte quanto più è basata di rapporti diretti e relazioni di prossimità;
- Al di là dell’acqua bene comune, oggi il terreno fondamentale dello scontro tra privatizzazione e gestione condivisa è costituita dai servizi pubblici locali. Costituire a livello territoriale (quartiere, circoscrizione, città, area vasta; ma anche condominio o compound) delle sedi dove gli indirizzi dei servizi pubblici locali vengano affrontati e discussi in una prospettiva di gestione condivisa è un’attività in cui tutti possono impegnarsi.
BIBLIOGRAFIA
- Elinor Ostrom, Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia, 2006.
- Ugo Mattei, Edoardo Reviglio, Stefano Rodotà, (a cura di), Invertire la rotta, Idee per una riforma della proprietà pubblica. Il Mulino, Bologna
- Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza, Bari
- Alberto Lucarelli “Beni comuni, dalla teoria all’azione politica”, Laterza, Bari
Questo è il testo del mio intervento sui Beni Comuni tenuto al Cipax, Centro Interconfessionale per la Pace (un’associazione culturale e di promozione sociale con esclusive finalità di solidarietà sociale) il 12 gennaio 2012.