ecologia


interessante dossier sulla facilità di inquinare ed uccidere in Itaglia.

http://www.carmillaonline.com/2013/07/09/i-pesi-e-le-misure-parte-prima/

http://www.carmillaonline.com/2013/07/13/i-pesi-e-le-misure-parte-seconda/

tratto da carmillaonline

 

L’allevatore Vincenzo Fornaro è rimasto senza gregge perché i suoi armenti sono stati avvelenati dalla diossina e dalle polveri dell’Ilva di Taranto, il cui famigerato camino E312 proietta la sua ombra sinistra in una campagna dove il pascolo è stato vietato. Sono a rischio incenerimento anche le prelibate cozze del Mar Piccolo, di cui il miticoltore Egidio D’Ippolito canta le meraviglie. Delle cozze pelose, quelle rarità del mare che nobilitano la tavola e intorbidano la moralità di taluni politici pugliesi, neanche a parlarne perché crescono in colonie, nei fondali del Mar Piccolo, dove per decenni si sono depositati i metalli pesanti, residui malsani di tutte le stagioni dell’industrializzazione tarantina, dall’Arsenale all’acciaio. (altro…)

TARANTO – E’ arrivato ieri il via libera della Camera al decreto 61 del 4 giugno, meglio conosciuto come ‘salva Ilva bis”: 299 i sì, 112 i contrari (M5S e Lega), 34 gli astenuti (SEL). Il provvedimento originario dall’affascinante titolo “Nuove disposizioni urgenti a tutela dell’ambiente, della salute e del lavoro in imprese di carattere strategico nazionale”, sarà applicato all’Ilva di Taranto e di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica, ma varrà anche per tutti gli altri complessi industriali che dovessero trovarsi in una situazione analoga. Il testo è stato modificato sia nelle commissioni riunite Ambiente e Attività produttive che dall’Assemblea e passa ora all’esame di Palazzo Madama (salvo altri emendamenti oltre i 30 inseriti a Montecitorio).

Come riportato nei giorni scorsi, tra le modifiche più rilevanti vi è la possibilità che il commissariamento possa riguardare il solo ramo di azienda che non abbia rispettato le prescrizioni AIA (autorizzazione integrata ambientale) e non tutta l’impresa, ma soltanto “in caso di reiterai pericoli gravi e rilevanti”: se ne accade uno alla settimana o al mese, non ci saranno “problemi”. Inoltre, il commissario avrà facoltà di intervenire solo nei siti industriali di interesse strategico nazionale con non meno di mille dipendenti (cassa integrazione compresa). (altro…)

numero intero contentente la Relazione Martuscelli

http://www.multiupload.nl/IGOBX3N2FN

La via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Questo viene in mente leggendo il disegno di legge del ministro Catania sulle aree agricole. Le buone intenzioni dichiarate all’inizio sono state accolte con approvazione da Carlo Petrini e da altri (fra cui anch’io); ma il ddl, nella forma in cui è stato varato dal Consiglio dei ministri, porta dritto all’inferno. Due gli intenti dichiarati: arginare il consumo dei suoli agricoli e abolire la norma che consente ai Comuni di dirottare sulla spesa corrente gli oneri di urbanizzazione anziché usarli per opere infrastrutturali, com’era invece nella legge Bucalossi. Belle idee, buoni principi. Ma il dispositivo della legge va in tutt’altra direzione. Proclamando di voler «contenere il consumo di suolo» e «tutelare i terreni agricoli», inciampa sin dall’art. 1 nell’infortunio di definire come terreni agricoli «quelli che sono qualificati tali in base a strumenti urbanistici vigenti».
Si consacrano in tal modo piani regolatori comunali spesso revisionati al ribasso per rendere edificabili le aree agricole, anzi si invitano i Comuni a intensificare l’urbanizzazione. La norma identifica la causa del guasto ma anziché sgominarla la consolida assecondando le decisioni di ogni Comune, come se non sapessimo che il maggior nemico del paesaggio non è più l’abusivismo, bensì una forma più cinica di devastazione, che segmenta all’infinito le norme subdelegando ai Comuni decisioni essenziali, e in tal modo rende “legittima” ogni nefandezza, anche contro la Costituzione. Ancor più preoccupante è l’art. 2 del ddl, dove si prevede un meccanismo “a cascata” per cui il ministro dell’Agricoltura «determina l’estensione massima di superficie agricola edificabile sul territorio nazionale», che poi viene «ripartita tra le diverse Regioni», che a loro volta ripartiscono le quote fra i Comuni. In tal modo, anche un Comune dove nessuno avesse l’intenzione di edificare su suoli agricoli si vedrà recapitare il boccone avvelenato di un tot di suolo, con l’invito a renderlo edificabile anche se così non è nel piano regolatore né nelle intenzioni; anche una Regione virtuosa (se ce ne sono) si troverà sul piatto il dubbio regalo di una “quota” di terreni agricoli da edificare. La distribuzione di ulteriori quote di suolo edificabile verrà accolta dai peggiori Comuni come un dono impensato, ma creerà difficoltà e susciterà cupidigie anche nei Comuni più virtuosi. L’esito finale non fa dubbio: meno tutela dei suoli, più cementificazione.
Il «minor consumo di suolo» è già previsto dal Codice dei beni culturali (art. 135), che lo lega strettamente alla «salvaguardia delle caratteristiche paesaggistiche ».Il nuovo ddl invece, pur citando questo articolo, perverte la pianificazione paesaggistica, non più intesa come rilevazione tecnica delle vocazioni dei territori e loro difesa, ma come obiettivo politico-economico di redistribuzione dei suoli agricoli per uso edilizio, la cui preminenza è considerata quasi una legge di natura. Lo conferma l’art. 4, che concede aiuti e privilegi ai Comuni che vogliano procedere alla «ristrutturazione » dei fabbricati rurali, evidentemente considerati in blocco non meritevoli di tutela: poiché ristrutturare può comportare demolizioni e ricostruzioni a parità d’ingombro, questo è un durissimo colpo alla conservazione del patrimonio edilizio rurale minore in mattoni o pietra a vista che ancora (per poco?) punteggia il nostro paesaggio agricolo. Quanto alla destinazione degli oneri di urbanizzazione, è da temere che il ddl resti lettera morta o abbia effetti opposti a quelli voluti. Infatti, se i Comuni stanno svendendo il proprio territorio pur di incassare gli oneri di urbanizzazione non è solo per questa norma, ma anche per la cronica mancanza di liquidità, dovuta al drastico taglio dei finanziamenti statali. Venendo a mancare gli oneri di urbanizzazione senza alcuna compensazione, a che cosa ricorreranno i Comuni? Sapranno resistere alla tentazione di utilizzare le “quote edificabili” di terreni agricoli ricevute in dono per spremerne qualche nuovo introito? Per giunta, intervenendo a gamba tesa sul territorio, il ministro dell’Agricoltura avoca a sé funzioni che la Costituzione (art. 117) assegna alle Regioni. Il ddl accresce così il caos terminologico che risulta, per sommatoria delle norme, dal sovrapporsi di tre parole-chiave: “paesaggio”, “territorio”, “ambiente”. Nel nostro ordinamento, la tutela del “paesaggio” è affidata alla tutela dello Stato (art. 9 Cost.), e in particolare al ministero dei Beni culturali, mentre la gestione del “territorio” spetta alle Regioni e l’“ambiente” è di competenza mista, e comunque a livello dello Stato centrale se ne occupa il ministero dell’Ambiente. È come se l’Italia si fosse moltiplicata per tre, generando conflitti di competenza e un’incertezza della norma che contribuisce al degrado dei paesaggi e della cultura giuridica. A queste “tre Italie” il nuovo ddl ne aggiunge una quarta, quella dei suoli agricoli: un ulteriore moltiplicatore dei conflitti. Ma al di là di questa giungla di parole, può mai esistere un territorio senza paesaggio, senza agricoltura e senza ambiente? O un ambiente senza territorio, senza agricoltura e senza paesaggio? Un paesaggio senza territorio, senza agricoltura e senza ambiente? Un’agricoltura senza ambiente, senza paesaggio e senza territorio? Nel nostro paese, terreno di caccia per gli speculatori e per gli investimenti in edilizia delle mafie (ne ha scritto in queste pagine Roberto Saviano), non serve moltiplicare le istanze e i conflitti, ma ricomporre in unità una normativa stratificata, dispersiva, incoerente.
Nulla difende il paesaggio e l’ambiente quanto un’agricoltura di qualità. Una porzione vastissima del territorio nazionale è paesaggio agrario, segnato da una millenaria civiltà contadina, che si intreccia in modo inestricabile con la cultura delle élite: il paesaggio plasmato dalla vanga è lo stesso che fu rappresentato dai pittori ed esaltato nel Grand Tour. L’intima fusione di paesaggio e patrimonio storico-artistico ha proprio nell’uso agrario dei suoli il suo specifico punto di sutura, in un equilibrio armonico che fece dell’Italia il giardino d’Europa. Come ha scritto Andrea Zanzotto, «dopo i campi di sterminio stiamo assistendo allo sterminio dei campi». Non è questo che gli italiani si aspettano da chi ci governa.
Da La Repubblica del 26/10/2012.

 

SINTESI

Sono felice di vedere un’assemblea che non è composta da soli operai.

Da Taranto partirà nei prossimi mesi una battaglia ch esappia indivisuare il ruolo della siderurgia. E assieme agli altri focoali di lotta si farà saltare la politica dello strangolamento per debito.

 

Se la città si muoverà all’unisono il movimento sapraà coinvolgere altri settori sociali (come succede in valle Susa) si spaccheranno i  sindacati e le organizzazioni politiche.

 

Non esiste la riconversione produttiva senza il coinvolgimento delle amministrazioni (comune, provincia) e possibilmente il governo attraverso una piattaforma da elaborare.

 

L’assemblea di oggi deve restare  operativa e vigilare preventivamente sui fondi pubblici destinati all’Ilva.

I tempi non saranno facili, la val di susa militarizzata ce lo dimostra, ma più si moltiplicheranno i focolai di lotta più il potere sarà costretto a scendere a patti. Organizzarsi significa costruire programmi e realizzarli passo passo: trasformare Taranto è possibile se questo movimento saprà individuare gli obiettivi e le tappe di questo percorso.

Inquinamento… “di classe”

tratto da siderlandia.

Le classi sociali più basse hanno tassi di mortalità e di ricorso al ricovero ospedaliero più alte di circa il 20% rispetto alle classi sociali più abbienti

di Salvatore Romeo (’84)

“Quando muoio non voglio niente del paradiso:
io i lavori del paradiso non li saprei fare.
Prego che il diavolo mi venga a prendere
e mi metta nelle fornaci ardenti dell’inferno.”

(B. Springsteen, Youngstown)

 

C’è un dato contenuto nella perizia medico-epidemiologica recentemente depositata presso il Tribunale di Taranto nel quadro del processo contro l’ILVA cui, tranne rare eccezioni (si segnala questo bel pezzo di Francesco Casula), non è stato dato quasi per nulla risalto. I curatori del documento – dott. Forastiere, prof. Biggeri e prof.ssa Triassi – così scrivono:

“La città di Taranto (e i due comuni limitrofi Statte e Massafra) presentano un quadro sociale variegato con presenza contemporanea di aree ad elevata emarginazione e povertà ed aree abbienti. A questa stratificazione sociale si associano differenze importanti di salute (e di probabilità di morte). Le classi sociali più basse hanno tassi di mortalità e di ricorso al ricovero ospedaliero più alte di circa il 20% rispetto alle classi sociali più abbienti [corsivo mio].”

 

continua su siderlandia

“Hic sunt leones”
di Sergio Cararo

tratto da contropiano.org

L’Italia è decisamente un paese alla rovescia. In Val di Susa i fatti vengono trasformati nel loro contrario.

Un manifestante disarmato, a volto scoperto, declina il proprio nome e cognome ed affronta a parole un uomo armato di casco, scudo, manganello, pistola, travisato dall’equipaggiamento. Il primo parla, magari sfotte dandogli della “pecorella”, ma chiede all’altro se valga la pena di fare quello che è chiamato a fare. Il secondo tace. Lo fa per ottemperare agli ordini ma forse – e nessuno se l’è chiesto – è combattuto tra il replicare o l’interrogarsi se quanto gli dice l’altro abbia un fondo di verità. (altro…)

Nicola Cipolla – il manifesto VENERDÌ, 6 GENNAIO, 

La sinistra deve porsi alla testa del processo di trasformazione delle energie rinnovabili, il cui sviluppo può determinare le condizioni per difendere i diritti acquisiti e sviluppare l’occupazione

Recensione del libro “L’impossibile capitalismo verde”

di Daniel Tanuro

Attenzione: apre in una nuova finestra.

FONTE: GUGLIELMO RAGOZZINO – IL MANIFESTO del 29 MAGGIO 2011
«L’impossibile capitalismo verde» di Daniel Tanuro. Dal lungo ciclo del carbonio all’effetto serra, un pianeta sull’orlo del baratro. La puntuale elaborazione delle ricette proposte per risolvere la crisi ambientale
(altro…)

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